Duki: un microfono per conquistare il mondo
Un tempo, quando si diceva "duki", ci si riferiva senza esitazioni al terzo album dei Green Day ("Dookie") datato 1994; quello di "Basket Case", per intenderci.
Oggi, invece, Duki non riporta più soltanto al deflagrante punk del gruppo statunitense, bensì ad un ragazzo argentino che spopola con la trap latina. 3,8 milioni di followers su instagram e altri 3,2 abbondanti su youtube, con video che fanno numeri da capogiro: è di 2 mesi fa il singolo "Goteo", 37 milioni di visualizzazioni ma, andando indietro allo scorso dicembre, troviamo "Sin Culpa" in coppia con Drefquila, che ha fatto registrare 91 milioni di visualizzazioni.
Duki è un giovane del 1996 cresciuto in una famiglia borghese, con madre avvocato e padre contabile, ciascuno con velleità artistiche mai totalmente espresse. Ha un fratello maggiore, tecnico del suono, e una sorella più piccola con la passione per il design.
Ha cominciato a far parlare di sé nel 2013 prendendo parte a numerose sfide di freestyle. Questo gli ha consentito di testare la propria competitività verso gli altri e anche verso se stesso. Ha proseguito con questa tipologia di esibizioni fino al 2017, anno in cui sono arrivate le prime canzoni (scritte non su fogli, ma sul cellulare) e con esse un successo senza precedenti: veloce, ampio e in continua evoluzione. Intanto ha abbandonato il liceo senza finirlo e si è tatuato parecchio, anche in viso, ha indossato anelli e catena d'oro e si è costruito una immagine coerente con il personaggio.
Oggi quel ragazzo fa numeri a 6 zeri, ha uno staff ed è passato dal niente al poter permettersi tutto, anche certi atteggiamenti spavaldi nei confronti delle major: ne sanno qualcosa Sony e Universal che, abituate a impugnare il coltello dalla parte del manico, si sono ritrovate con la lama in mano.
Per Duki l'obiettivo non è avere un contratto, ma conquistare il mondo a colpi di trap. Per ora tutto bene.
Temistocle Marasco
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