Eurovision song contest 2017: il popolo dei voltaGabbani
Francesco Gabbani non ce l'ha fatta. L'Eurovision song contest 2017 lo vince il Portogallo. L'Italia si piazza comunque sesta, dietro Bulgaria, Moldavia, Belgio e Svezia, e porta a casa il premio della sala stampa.
Questo risultato, che appare in generale soddisfacente, non viene vissuto col dovuto entusiasmo perché il vincitore del festival di Sanremo c'è arrivato da favorito. E se il parere della giuria poteva essere un'incognita, c'erano pochi dubbi sul televoto, considerata la popolarità ottenuta dalla scimmia nuda, diventata un fenomeno virale.
In realtà proprio il pubblico, su cui si faceva grande affidamento, ha sostenuto di più altre candidature, in particolare quella del vincitore Salvador Sobral. Alla forza esplosiva di "Occidentali's Karma" è stato preferito il sussurro di "Amor Pelos Dois". La presenza scenica dell'orango è stata messa in secondo piano dal minimalismo portoghese, microfono e voce, niente di più.
L'Eurovision 2017, a conti fatti, regala all'Italia una strana sensazione: essere andati male pur essendo andati abbastanza bene. E lascia spazio a quel retropensiero sulla giuria che, in alcuni casi, vota più per amicizia o per vicinanza che per effettiva convinzione. Così nessuno si scandalizzi se i Paesi scandinavi si spalleggiano tra loro, se la Grecia vota Cipro e se Cipro vota la Grecia.
Se di inciucio si è trattato, non possiamo giurarlo. Certo è che, in una manifestazione votata a un pop molto scenografico, la vittoria dell'artista più sobrio è il vero elemento di discontinuità. Una sobrietà che tuttavia ha assunto dei contorni snob quando Sobral l'ha contornata di frasi come "la musica non è fatta di fuochi d'artificio ma di sentimenti" e, riferendosi ai colleghi più appariscenti e caciaroni, ne ha definito i brani "musica usa e getta".
I fuochi d'artificio ci saranno ancora e vanno bene, così come il vibrato leggero su un palco disadorno. L'importante è non commettere l'errore di pensare che tutto ciò che è frivolo e imbellettato sia necessariamente peggio di ciò che vive della sua semplicità.
Temistocle Marasco
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