I padri tuoi, i padri tuoi,
i padri come potrei essere io
non sono austeri e riservati,
si vestono più o meno come voi,
sono padri colorati.
I padri tuoi si sentono vicini ai tuoi problemi
parlandone così da pari a pari
senza fare i signori, senza falsa dignità.
I padri tuoi di cosa mai li puoi rimproverare,
non certo di una assurda incomprensione
nemmeno di cattiva educazione o di abuso di potere.
I padri tuoi, che sembrano studenti un po’ invecchiati,
non hanno mai creduto nel mito
del mestiere del padre nella loro autorità.
I padri tuoi…
in un’immagine sfuocata, un po’ allungata
viene fuori senza alone di errori…
viene fuori, viene fuori, viene fuori
i padri tuoi son sempre più sensibili e corretti,
non hanno la mania di intervenire,
puoi fare tutto quello che ti pare, sono sempre più perfetti.
I padri tuoi nel ruolo di moderni animatori
son tutti diventati libertari,
collezionano invenzioni di innovazioni e attualità.
I padri tuoi…
in un’immagine sfuocata, un po’ allungata
viene fuori senza alone di errori…
viene fuori una figura pulita e inconsueta
corredata di nuovissimi umori,
viene fuori, viene fuori, viene fuori
i padri tuoi, i padri tuoi,
i padri come potrei essere io,
come potrei essere io, come potremmo essere noi.
Spalanchiamo le porte a tutto per il progresso del mondo,
noi che non siamo certo padri fascisti, padri autoritari,
liberi e permissivi non rappresentiamo vecchie istituzioni.
Spalanchiamo le porte a tutto per il risveglio del mondo,
noi così impegnati, così pieni di rigore,
allegramente noi compriamo biciclette da cross per i nostri figli.
Spalanchiamo le porte a tutto per l’esultanza del mondo,
del solito mondo, del solito…
noi che continuiamo a regalare centinaia di palloni,
biliardini e macchinine giapponesi.
Spalanchiamo le porte a tutto per lo sviluppo del mondo,
noi che non facciamo nessuna resistenza
e che ci stravacchiamo nel benessere e nella mascherata della libertà.
Spalanchiamo le porte a tutto per il trionfo del mondo,
del solito mondo, del solito mondo, del solito mondo, del solito…
In un’immagine sfuocata, un po’ allungata
viene fuori senza alone di errori…
viene fuori una figura pulita quasi bianca, dissanguata,
una presenza con pochissimo spessore che non lascia la sua traccia,
una presenza di nessuna consistenza che si squaglia, si sfilaccia,
viene fuori, viene fuori una figura disossata che a pensarci proprio bene
nell’insieme dà l’idea di libertà…
viene fuori, viene fuori, viene fuori
i padri tuoi, i padri tuoi, i padri tuoi, i padri tuoi, i padri tuoi, i padri tuoi.
Giorgio Gaber (pseudonimo di Giorgio Gaberscik; 1937-2000) è stato un cantautore, drammaturgo, attore, cabarettista, chitarrista e regista teatrale italiano, considerato uno dei più importanti artisti dello spettacolo e della musica italiana del secondo dopoguerra. Nato a Milano da una famiglia di origini slovene, Gaber si avvicinò alla musica fin da giovane, esibendosi in locali milanesi e collaborando con alcuni musicisti jazz. Nel 1960 debuttò come cantautore al Festival di Sanremo con il brano "Il mio nome è", ottenendo un discreto successo. Nel corso degli anni '60 e '70 Gaber si affermò come uno dei cantautori più originali e innovativi della scena italiana, caratterizzato da testi impegnati e musicalità sperimentale. Collaborò con diversi artisti, tra cui Enzo Jannacci e Gino Paoli, e partecipò a numerosi festival di musica. Tra i suoi brani più rappresentativi ricordiamo "La canzone del sole", "Il mio amico", "L'uomo che non c'è" e "Non ho paura". Gaber si dedicò anche alla regia teatrale, mettendo in scena opere proprie e di altri autori. La sua carriera artistica è stata segnata da un forte impegno sociale e politico, espresso attraverso le sue canzoni e le sue performance teatrali. Giorgio Gaber è morto a Milano nel 2000 all'età di 63 anni.
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