Rit.
In un oblio, di follia:
la mia fobia... la mia fobia.
Scarto questa carta.
Si, non serve: la scarto.
Scarto la fobia, tengo Follia.
Ismahel è muto, ma io, schiava scrivo in battitura, sotto dit... dettatura,
a raschi contusi d'unghia,
sui tasti, testi tosti mai detti, da ottusi confusi, in trick di Treccani,
sinonimie di sinonimo,
e motti morti di tumori lampo,
marmi intramontabili,
che non faccio in tempo a pensare
che già, sono scalfiti giù, a tu per tu,
colla tua faccia scura di paura...
e sentenza più cruda e dura,
dura e pura.
Tu, spii dalla fessura,
canti irremovibili,
dal suono più sordo, dal poco conto,
direttamente dal doppio sotto-palco d'un inconscio più fondo del suolo.
Tu, bevi bave, e bile
di bivi di scelte,
mai confermate, soluzioni mai, ottenute, poi mai, sostenute,
e risultati mai recapitati,
rischi adottati, e abbissi...
Abissi troppo affollati, da mostri senza lati, solo tentacoli, al posto dei volti, e denti canuli, sottili e taglienti, appuntiti come aghi, da prelievi ematici, per globuli inoculati, costantemente arrotati,
e mascelle senza fauci.
I morsi affondati, in corriacee,
carni stoppose, secche,
dalle pelli acerbe.
Ogni boccone sa di merda e ferro: s'ingolfa al palato, come un
insipido agglomerato premasticato,
ispido: succhiato, e sputato.
Un caustico, sarcastico, nitido,
deciso preciso ma,
puntualmente deriso, catameniale,
da umani, dall'attitude scostante,
che pedala verso un dirupo, e grida "guarda mamy: senza mani!"ed io fisso, uno sviluppo da effetto di causa, che mi fissa, a sua volta.
Sprofonda e mi tira con se, e sprofondiamo, sul divano, nel divano, al piano di sotto, e di vano in vano,
fin allo speco dun box sotterraneo,
e da quell'antro, il peso va in rincaro, poi l'inferno, e tocchiamo,
il nocciolo del nucleo,
ormai perno terrestre,
ferma-campione,
del mio diario a sfera.
La mia autostima invano sclera, sull'asse mondano. Il mio occhio destro, luccica, d'un bagliore da dolore,
esibendo un bagliore malvagio.
Ismahel non ha più bianco negli occhi, solo due biglie nere,
ed io batto, sui tasti, tratti distratti,
senza compromessi.
Troppi doppi sensi, senza senso, troppi esseri immondi pazzi,
troppi concetti repressi,
dai miei, troppi silenzi...
fuori, ti guardo con sguardo apatico, seria, e forse un sorrisetto
aleggia, inudibile, invisibile,
tra le pieghe delle mie fossette,
dai muscoli rilassati.
Sogni rassegnati... segreti mai svelati, già morti e sepolti, con me, io e loro...
Chiusi in cassa, a casa, su cataletto,
su catafalco, in catacomba,
di, cataloghi di, catartici discorsi canalizzati, sfregiati e cicatrizzati,
che scorrendo, si diramano come corridoi liquidi, in labirinti bui,
versati tra, una gerarchia di iniquità,
e l'altra, che accoppiandosi,
come varici, si propaga, vive, consuma e poi si estingue,
e poi risorge assessuata,
e da talea di se stessa,
si ripropaga, a macchia d'olio infetta che infesta, la nostra testa,
d'un mormorio secondario,
da caso clinico schizzofrenico...
Rit. x 2
In un oblio, di follia:
la mia fobia... la mia fobia.
Scarto questa carta.
Si, non serve: la scarto.
Scarto la fobia, tengo Follia.
Il comparto sonoro è uno degli elementi più importanti ma meno notati nel mondo del videogioco. Una colonna sonora azzeccata trasforma un'azione semplice in un momento indimenticabile, guida la concentrazione e crea un legame emotivo con lo schermo. Dai primi bip elettronici degli anni Settanta fino alle composizioni orchestrali contemporanee, il suono ha smesso di essere un semplice contorno per diventare un motore d'immersione fondamentale in qualsiasi software interattivo.
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