Mahmood: lasciatemi cantare, sono un italiano
"Tanto pe esse chiari, prima di tutt so milanes i cento p cento. L'accento che ho lo tengo perché fa rustico. Lo faccio apposta perché fa rusticismo". Diego Abatantuono, nel film "I Fichissimi", si giustificava in questi termini con il datore di lavoro, che metteva in dubbio le sue origini. Altrettanto ha dovuto fare Mahmood, la cui vittoria al festival di Sanremo, collegata a un tweet di Salvini, ha apparecchiato la tavola a chi sguazza nel retropensiero: "Mahmood?mah?la canzone italiana più bella? Io avrei scelto Ultimo. Voi che dite?".
La Lega, l'Egitto, l'immigrazione. Come un assist a porta vuota. Ma, a ben vedere, il pensiero del ministro dell'Interno, così facilmente riconducibile a una matrice politica, potrebbe in realtà essere confinato in una valutazione musicale, peraltro condivisa dalla maggior parte degli italiani: il televoto, infatti, non ha premiato il cantante italo egiziano che, nella votazione finale, ha raccolto un misero 20,95% dal pubblico da casa (Ultimo il 48,80%, Il Volo il 30,26%).
Tutto questo riguarda il brano, che non è piaciuto ai più, non qualcosa che va al di là di esso. Perché, in effetti, "Soldi" non è affatto un tipico pezzo "sanremese" e perché Mahmood non ha ancora uno zoccolo duro di fan, in grado di supportarlo.
Tuttavia ha trovato il gradimento delle giurie, le cui preferenze gli hanno consentito di scalzare sia Il Volo che Ultimo. La polemica si è accesa in particolare contro la giuria di qualità, che di qualità ne avrebbe poca. Il peccato originale però non sta in prima battuta nei giurati, ma nel metodo di selezione degli stessi. Escludendo il maestro Mauro Pagani e Camila Raznovich, quali competenze ulteriori rispetto a un ascoltatore medio possono avere, ad esempio, Elena Sofia Ricci o Joe Bastianich? E' come se, in una gara di hamburger, tra i giudicanti ci fosse Orietta Berti. E' evidente che non basta far parte del mondo dello spettacolo per essere esperti di musica. E allora ecco qui la genialata: abolita la dicitura "giuria di qualità", nel regolamento del festival fa il suo ingresso la "giuria d'onore", una dicitura scaltra che consente maggiore libertà nell'assegnazione della poltrona.
E così questo drappello di personaggi famosi è diventato il fucile dei complottisti: "hanno votato l'egiziano per andare contro Salvini". Durante l'esecuzione del brano "Soldi" scorrono nella mente di Beppe Severgnini i barconi, il testo unico sull'immigrazione, il carroccio, il viso barbuto del ministro e una certa voglia di cumino lo assale.
Mahmood ha vinto e non ci crede. Sul palco è stordito dalle emozioni. Nel corso dei suoi 27 anni ha provato e riprovato a vivere di musica, per ritrovarsi oggi seduto sul trono del festival più importante d'Italia. Prima di questa affermazione c'è stata la delusione di X Factor, poi la ripresa con alcuni singoli e l'EP "Gioventù Bruciata" del settembre 2018. A seguire l'affermazione in Sanremo Giovani, che gli ha aperto la porta d'ingresso tra i Big.
Mahmood non ha ancora dato alla luce il suo primo album, atteso per il prossimo 1 marzo 2019. Anche questo può fare discutere: l'assenza di una storia artistica da sempre suscita polemiche. Successe anche nel 1983 quando, a classificarsi prima, fu una sconosciuta Tiziana Rivale con "Sarà Quel Che Sarà", giunta alla kermesse attraverso il concorso "Tre voci per Sanremo", indetto da Domenica In. Quell'anno poi arrivò seconda un'altra signora nessuno come Donatella Milani, ulteriore benzina sul fuoco.
In buona sostanza Mahmood non è un unicum nella storia del festival e di lui si possono dire tante cose. Si può dire che la canzone non è in linea con lo stile sanremese, che non ha esperienza o che il brano non merita. Basta che si rimanga nella musica, in quel recinto di note in cui è anche giusto alzare barriere, se queste sono finalizzate a non far entrare nulla che sia altro da sé.
Temistocle Marasco
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