Francesco Guccini: per l'ultima volta sul palco
Prima o poi doveva succedere. Quegli appuntamenti della vita che si tende sempre a rimandare portano dentro un alone di tristezza e una malinconia diffusa, serena o no dipende se sia accompagnata dal rimpianto. Francesco Guccini, il più grande poeta vivente, ha deciso di non esibirsi più, in nessuna forma. Non ne ha più la forza, né di cantare, né di raccontare. Lo ha dichiarato di recente, seminando uno sconforto intergenerazionale.
L'artista modenese ha esordito nel 1967 con l'EP "Folk Beat n. 1". Nel 2011 ha detto basta con i concerti "perché cantando ci si diverte, ma cantando ci si muore pure". E in effetti il sommo poeta, in uno dei suoi ultimi live, ci stava rimettendo le penne. Un malore, che sulle prime sembrava essere un infarto, lo ha convinto ad appendere la chitarra al chiodo. Adesso quelle corde sono in un angolino della sua casa di Pavana e non le scrolla dalla polvere neppure con gli amici.
Ha fatto un'unica eccezione in un evento per i terremotati dell'Emilia. Da lì in poi ha continuato a salire sul palco solo per narrare le sue storie e poi lasciare spazio ai "musici". In tour non per cantare ma per raccontare. Una sorta di compromesso tra l'età che avanzava e i suoi fan, pronti a tutto pur di vederlo ancora. Una formula che a Guccini piaceva e che ha reso più dolce il distacco.
D'ora in poi, a 50 anni esatti dai suoi inizi, non farà più neppure quello. Al Carpi Summer Fest di fine giugno sarà l'ultima volta di fronte a un pubblico. Niente più canzoni, istantanee da immortalare con carta e penna, ma soltanto libri. Il prossimo, un giallo, sarà pronto in autunno.
Il futuro è fatto di carta e non di strofe, per lui che con le parole è capace di fare qualsiasi cosa, anche di rendere poetico un autogrill. E se non ci credete, provate a leggere questi versi:
"La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e seven up,
e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR.
Bella, d'una sua bellezza acerba, bionda senza averne l'aria,
quasi triste, come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria,
il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere".
Temistocle Marasco
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